Terapista
della riabilitazione,
studio privato, Via giorgia 16 R.C. 0965-20045 Mi chiamo Giacomo, ho 43 anni, esercito come terapista della riabilitazione la libertà professionale e da quasi 20 anni cerco di dare un contributo alla crescita di una “scienza della salute” piuttosto che imbonire quella “scienza della medicina” che, studiando la malattia, si è allontanato così tanto dalla vera natura dell’uomo da non avere quasi più credibilità tante sono le illusioni e il disorientamento che ha creato sia in ambito scientifico che sociale. Sono venuto a conoscenza degli studi di Paul Dennison grazie ad alcune coincidenze che, come spesso accade nella vita, mi hanno fatto incontrare prima Teresa Vigo, terapista della riabilitazione e membro del direttivo dell’Istituto Italiano di Kinesiologia Educazionale ed in seguito Silvano Roi, presidente del suddetto Istituto. Seguendo i loro corsi formativi di Brain Gym ho conseguito il terzo livello di specializzazione. Le metodiche di Kinesiologia educazionale si sono presto rivelate un ottimo strumento operativo. Se con i protocolli di “Equilibrazione attiva” dei primi due livelli era necessario oggettivare la funzione su cui agire, con gli esercizi profondi del terzo livello ho voluto provare a generalizzare l’ambito clinico partendo da due presupposti: il primo è che uno stress può determinare risposte adattive inadeguate non sempre riconducibili ad un quadro clinico codificato della “medicina tradizionale” ma non per questo meno disfunzionali; il secondo presupposto è che, se si sceglie la via somatica per accedere alle altre sfere della personalità(coscienza del sé), al fine di liberare da eventuali ipertrofie o sclerosi, la Edu-K. rappresenta un altro strumento operativo quanto mai utile, anzi direi necessario, vista l’azione che svolge sul sistema nervoso a livello percettivo e funzionale.? La mia attività come terapista della riabilitazione è molto diversificata, al di là dei miei interventi ambulatoriali, insegno Kinesiologia applicata alla danza ad un gruppo di ballerine professioniste, sostengo gruppi di attività motoria con bambini in età scolare, con atleti professionisti e non, e con adulti ultra sessantenni. Fatta eccezione per il gruppo di ballerine che annovera 16 persone, gli altri gruppi non superano le 6 unità, questo per motivi di operatività, oltre questo numero sarebbe difficile per me personalizzare l’intervento. Un altro elemento che mi ha facilitato, oltre al numero dei componenti i gruppi, è l’elevato livello di difficoltà che ho con ciascuna persona. Le ballerine sono seguite da circa 4 anni ed ogni anno vengono da me sottoposte ad un controllo Kinesiologico, gli altri bambini, atleti e anziani, sono entrati nei gruppi dopo interventi riabilitativi individuali da me svolti, quindi tutte persone conosciute e che conoscono me. Per come imposto nei gruppi l’attività motoria, non è stato difficile introdurre come prima esperienza la sequenza del P.A.C.E., motivarla fisiologicamente e renderla una esperienza sensoriale adattandone l’esposizione a seconda della specificità del gruppo. Ho fatto il primo passo. Risonanze e scetticismi dei partecipanti sono state verbalizzate e affrontate ed era per me già evidente che si era creata una breccia, in ognuno si era mosso qualcosa. Per un paio di settimane il P.A.C.E. apriva le lezioni e rappresentava il momento di chiusura delle stesse finché, ho svolto una lezione proponendo le variazioni degli esercizi energetici per la destrezza interponendo il Cross Crawl dopo ognuna delle variazioni. All’inizio della lezione ho chiesto ad ognuno di “giudicarsi”, di trovare cioè, un aggettivo che esprimesse come si sentissero in quel momento dal punto di vista fisico-sensoriale. Alla fine della lezione, dopo aver eseguito la sequenza, ognuno ha verbalizzato l’esercizio che più gli era rimasto e si è nuovamente “giudicato”. Eclatante, ragazzi, eclatante! Nessuno di loro sapeva, prima di questa esperienza, il significato fisiologico dello sbadigliare o della lacrimazione degli occhi o delle profonde respirazioni o del bisogno di emettere un suono durante un movimento, ma questo spontaneamente è accaduto. Eclatante la alta percentuale di coincidenza tra l’esercizio scelto al termine della sequenza e il bisogno reale che la struttura muscolare scheletrica della stessa persona aveva (ricordo che tutti da me sono conosciute dal punto di vista Kinesiologica). Eclatante, e permettetemi per me emozionante, le verbalizzazioni di alcuni di loro sulle sensazioni vissute durante e dopo l’esecuzione delle nove variazioni. Tra le tante ho scelto di condividere la verbalizzazione di Rita, 57 anni, insegnante di lingue straniere, con il suo consenso: “Sono molteplici e diverse le sensazioni che provo. Sembra che la mente, innanzitutto, si prepari all’attesa e diventi vigile aperta a ciò che sto per sentire e disponibile, perché so che mi sentirò bene. Un po’ alla volta la presenza, come avesse vita a sé, di ogni singola parte del mio corpo, che lentamente e con un senso di grande pienezza si ricompone in un tutt’uno. Mi sento vitale e rilassata allo stesso tempo, le tensioni si sciolgono, è come se corpo e anima si fondessero. Sensazioni piene e mai provate in altra circostanza.” Forse, quando P. Dennison dice che la peculiarità delle Kinesiologia educazionale consiste nel dare alle persone la possibilità di percepire la direzione verso cui dirigersi, intendeva questo…forse. La mia esperienza, per ora, mi porta a credere che i protocolli di Kinesiologia educazionale possono essere divulgati anche al di fuori di ambiti disfunzionali specifici. Quello che so è che per me l’introduzione della Kinesiologia educazionale nei miei gruppi ha rappresentato un innalzamento del livello partecipativo, un salto di qualità attività motorie svolte, ha arricchito il bagaglio di conoscenza psicomotorie di molti dei partecipanti e molti sono finalmente riusciti a capire cosa fosse che ogni tanto si inceppava impedendogli un miglioramento. Hanno capito il “senso”. Ringraziandovi per quanto ho appreso e per lo spazio concessomi vorrei chiudere con una frase di Roger Sperry, premio Nobel per la Neurofisiologia: “La coscienza non è riducibile a eventi neurali. Il significato del messaggio non sarà mai trovato nella chimica dell’inchiostro”. |